Ormai si parla tanto di software libero, dei suoi benefici, delle libertà che comporta. In Italia si moltiplicano le iniziative per adottarlo in pianta stabile, sostituendolo a quello proprietario negli uffici pubblici o privati, nelle aule scolastiche, eccetera eccetera. Se ne discutono i meriti: la libertà, l'assenza di difetti e la profonda vocazione verso l'innovazione e il risparmio sulle licenze. Sembra quasi che attorno a questo tipo di programmi si stia creando un innamoramento generale capace di far perdere di vista ogni possibile riferimento con la realtà, spesso più deludente.
Purtroppo, il software libero non è esente da bug. La cosiddetta legge di Linus, secondo cui l'apertura del codice sorgente comporterebbe un costante miglioramento del programma, non è sempre valida; ovvero pare che non si applichi a tutti i progetti open source, quantomeno non a OpenOffice.org. L'idea stessa di legge, quasi si parlasse di qualcosa come la gravità o la costituzione di un Paese, è di per sé sbagliata. Ricordo ancora le parole del mio docente di Economia Politica quando introdusse la sua materia a noi studenti, dichiarando "La differenza sostanziale fra una scienza naturale e una sociale è questa: se prendo una penna, la sollevo in aria e la lascio andare, qui, a Tokyo, a Sydney o al Polo Nord, la legge della gravità si manifesterà sempre e più o meno allo stesso modo; se apro un'attività imprenditoriale a Palermo, a New York o a Calcutta o al Polo Sud la legge del successo si manifesterà solo alcune volte e mai nello stesso modo". Anni più tardi lessi lo slogan di una grande banca d'affari internazionale: "Una cavalletta è: in Africa una piaga, in Cina un piatto gustoso e in Giappone un animale domestico. Mai sottovalutare le culture locali". Il mio ex professore di Economia aveva ragione. Quando c'è di mezzo l'uomo, o un manipolo di uomini, non si può mai parlare con certezza di legge. Le esperienze nelle scienze sociali vanno sempre riportate al tempo e al luogo in cui sono avvenute. Questo vale anche per la legge di Linus.
Da quando ho letto il pezzo di Andrew Brown su The Guardian a proposito di OpenOffice.org, il mio rapporto con il software libero ha iniziato ad incrinarsi. Quel che viene riportato in quell'articolo corrisponde alla realtà: in pochi sono al lavoro per sviluppare la suite office da tutti considerata l'alternativa seria del software libero al dominio mondiale di Office (Microsoft). Per la maggior parte sono programmatori prezzolati da Sun Microsystem, la vera promotrice di questo programma, che cura parallelamente la suite office gemella: StarOffice. Pochi e sporadici sono i contributi provenienti dalla "comunità". Per la maggior parte sono lavori di localizzazione che non intaccano il cuore del programma, come il progetto linguistico portato avanti dal PLIO, non senza attriti e dissapori con gli sviluppatori Sun (ma questa è un'altra storia). E se OpenOffice.org un giorno riuscirà ad essere all'altezza della sua nemesi, il merito non potrà essere attribuito alla comunità composta di individui comuni che si è presa l'incarico di migliorarla. Il merito sarà invece di grandi società come Novell, IBM, Sun o Google che hanno le risorse (monetarie e umane) nonché forse l'interesse di incidere in modo significativo sul progetto.
Nei successivi post della serie x Bug per OOWriter presenterò diversi esempi di difetti di programmazione nel modulo per la scrittura di documenti. Non saranno comunque bug eclatanti, ma soltanto piccoli insetti che danno fastidio durante la stesura dei documenti. Nulla di roboante quindi. Saranno giusto alcune prove per sconfessare la frase: "molti occhi rendono il bug una bazzecola".
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1 commento:
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